Donne in cammino

L’ultimo progetto di Sintonia è intitolato “Donne in cammino”. Il percorso coinvolge una decina di donne che, per il momento, si incontreranno settimanalmente attraverso una piattaforma di video-chiamata. Il progetto è guidato dalla psicoterapeuta Raffaella Ortensia Pavan, membra dell’associazione, che ha previsto l’utilizzo del Metodo Berniano per sviluppare, incontro dopo incontro, una terapia individuale all’interno di un contesto di gruppo.

Donne in cammino è un nome, un’immagine, un’idea che da sola trasmette già tanti valori. È caratteristica intrinseca del soggetto femminile essere in continua evoluzione, in continuo divenire. Noi donne camminiamo nella vita attraverso le relazioni, gli affetti, le decisioni e per questo siamo artefici del nostro presente e del nostro destino. Siamo in continuo mutamento: oggi siamo in modo e domani potremmo essere in un altro. Decidiamo noi chi siamo e come siamo. Non siamo mai soddisfatte perché vorremmo che i desideri più profondi combaciassero con la realtà. Dobbiamo imparare a volerci bene prima di richiedere e dare amore agli altri. Siamo complesse nella nostra semplicità, siamo forti nella nostra fragilità. Questo significa essere “in cammino”.

 

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Dalla violenza alla valorizzazione di genere

“Dalla violenza alla valorizzazione di genere”: è questo il titolo del Convegno che si è svolto nella mattinata di giovedì 19 novembre promosso dalla Fondazione Ferrioli Bo, l’ULSS4 del Veneto Orientale, l’Università di Padova e l’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto. Patrocinato dalla Regione Veneto e dalla Città di Jesolo ha condiviso interventi di varie professionalità, dal medico legale all’avvocato, dal professore universitario all’assistente sociale. Già il titolo ci fornisce una chiave di lettura riguardo il tema affrontato: la violenza di genere e il suo fronteggiamento. Gli argomenti trattati sono stati molteplici ma i filo conduttore dei vari interventi è riassumibile i alcuni punti. 

Innanzitutto è stata espressa l’importanza della conoscenza approfondita delle novità legislative che sfociano nella Legge italiana con l’aderenza alla Convenzione di Istambul nel 2011 (L.139/2013). In primis, abbiamo accolto nel nostro ordinamento la nuova definizione di violenza contro le donne come concetto comprendente ogni violazione discriminatoria dei diritti umani delle donne: una violazione che può essere di natura fisica, nonché psicologica e emotiva, ma anche economica, educativa e di discriminazione nell’accesso al lavoro. A ciò si aggiunge la nuova visione della violenza domestica come configurazione di una violenza perpetrata all’interno di un vincolo affettivo che non si minimizza a quello interno alle mura domestiche e che non ha connotati di genere. Tale rivoluzione concettuale ci accompagna a prendere coscienza che la violenza di genere non è sola conseguenza di una relazione mal-funzionante tra donna e uomo, tra padre e figlia, ma che è effetto di una comunità che deve essere, al più presto, educata e formata alla promozione della Salute pubblica. La violenza sulle donne (e qualsiasi tipo di violenza) è un problema di Salute pubblica. È per questo che a fianco dei Servizi socio-sanitari di cura e assistenza devono essere fatti investimenti su Servizi generativi che producono competenze sulla Salute della comunità. L’Architettura dei Servizi a cui dobbiamo tendere è quella della collaborazione, della flessibilità e del lavoro di squadra. È necessario basare l’operatività dei professionisti su una valutazione dialogica pianificando e valutando l’efficacia di interventi di cambiamento, promuovendo la coesione sociale e la responsabilità comunitaria. Le interazioni vanno valorizzate e utilizzate come risorse per generare competenze. Cosa significa tutto questo nei confronti della violenza di genere? La promozione della Salute Pubblica si traduce in pratiche professionali che inneschino un percorso virtuoso per migliorare la cultura della comunità. Serve giocare d’anticipo con dei progetti di prevenzione che siano rivolti a tutta la cittadinanza. Anche se è difficile, bisogna uscire dalla visione “scatologica” che contrappone la tutela delle vittime ai percorsi penali o di riabilitazione degli aggressori. È importante che i Servizi imparino a assistere entrambe le facce della violenza di genere. L’autore della violenza deve essere rieducato all’affettività come la vittima deve essere tutelata, protetta ma anche rieducata a non “sentirsi un’eterna vittima”. Tutto ciò ha lo scopo di spezzare il circolo vizioso che, spesso, si va a creare quando i Servizi seguono solamente le vittime tralasciando il contesto di cui sono conseguenza e cui bisogna prestare attenzione per raggiungere una concreta soluzione. Per creare nuovi spazi dove la donna possa tornare a sentirsi al sicuro non si può lavorare solo con lei. In conclusione, bisogna passare dalla violenza di genere alla valorizzazione dell’unico ruolo che riguarda tutti: quello del cittadino. Un cittadino informato, consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri e, soprattutto, responsabile.

 

 

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