SPAZIO NEO-GENITORI

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locandina Neo-genitori

DONNE IN CAMMINO

Si è concluso da una decina di giorni il primo ciclo di incontri di “Donne in cammino”, il progetto a cui hanno preso parte 9 donne coordinato dalla nostra psicoterapeuta Raffaella Ortensia Pavan. Gli incontri iniziati a dicembre sono stati dieci e si sono tenuti online. L’approccio è stato quello del Metodo Berniano per sviluppare una terapia individuale all’interno di un contesto di gruppo. Le donne che hanno seguito gli incontri hanno età e storie di vita molto diverse: questa è stata sicuramente una grande ricchezza e una possibilità concreta di confronto e condivisione. Le serate hanno toccato diversi temi: la fede, il matrimonio, i rapporti di lavoro, la solitudine, la separazione, i figli… l’essere donna nelle sua completezza e complessità.

Giunti all’incontro finale è stato chiesto un feedback dalle partecipanti per confrontarsi assieme sull’efficacia dell’iniziativa: insomma, cosa si sono portate a casa? Penso che il modo migliore sia citare direttamente le loro voci:

«Avere delle persone con cui parlare è stato importantissimo, spero che l’esperienza non si concluda qui»

«Quando mi collego con voi i miei problemi vanno in secondo piano, sembrano meno grandi»

«Condividere ed essere capiti non risolve i problemi ma è già tanto»

«Ero scettica nell’aprirmi ma mi sono ricreduta. Questo mi ha aiutata a dire “se ce la fanno loro ce la faccio anch’io”»

«Energia negativa che si è trasformata in positiva»

«Una bellissima esperienza di gruppo, com’è possibile che le emozioni passino anche attraverso lo schermo?»

«Il gruppo è un’arma in più per affrontare la vita, è uno spazio di accettazione e non-giudizio»

«Ho migliorato la mia capacità di ascolto, è stata una bella vittoria»

Nell’attesa del ritorno alla normalità, o almeno alla possibilità di incontrarsi di persona, si è deciso di continuare gli incontri online settimanalmente. La forza del gruppo e delle singole donne che vi partecipano ci rende molto fieri di questa efficace iniziativa!

L’ASCOLTO ATTIVO

L’ascolto attivo di Antonella De Ponte

(Psicologa e insegnante alla Scuola Sofia sui temi inerenti la comunicazione e la psicologia della persona)

Nelle relazioni fra noi e con chiunque incontriamo è importante saper comunicare efficacemente. Lo psicologo C. Rogers individua dei principi importanti su cui attenersi:

  1. Empatia
  2. Considerazione positiva
  3. Coerenza, autenticità

 

  • L’empatia è la capacità di mettersi al posto dell’altro, di vedere il mondo come lo vede costui. E’ necessario comprendere l’altro nei suoi aspetti intimi e più personali come se fossero i propri, senza d’altronde dimenticare che in realtà non lo sono. L’empatia prevede anche il distacco emotivo, la vicinanza con l’altro non è quindi fusione.
  • La considerazione positiva comporta che ci sia un profondo e sincero interesse per l’altro come persona con potenzialità umane, un interesse non contaminato da un giudizio sulle idee, sui sentimenti e sul comportamento della persona con cui entriamo in relazione.
  • La coerenza e autenticità sono indispensabili per avere un buon livello di comunicazione; tutti noi conosciamo individui di cui ci fidiamo perché sentiamo che essi sono realmente come appaiono, aperti e trasparenti. In questo caso sentiamo di avere a che fare con la persona stessa, non con una facciata cortese e professionale.

Di seguito si indicano le regole della comunicazione; in vari campi di interazione umana questo modello funziona.

C’è differenza fra ascoltare, udire (percepire un suono) e sentire (riconoscere la presenza legata a un suono). Tramite l’ascolto ci si prende cura dell’altro nella sua totalità, si fa vibrare in noi l’eco che l’altro ci invia rendendoci partecipi della sua interiorità. L’ascolto non è un atto fortuito (passivo), ma intenzionale, che presuppone la libera volontà. E’ un’arte che esige preparazione, disponibilità e predisposizione. Il risultato perfetto si ottiene soltanto dopo molta costanza. C’è ascolto profondo quando si comprendono le motivazioni dell’altro anche se non sono condivise, anche se l’altro mi ferisce. Ci vuole umiltà e accettazione di lasciarsi ferire dentro per comprendere le ragioni dell’altro.

Regole dell’ascoltare:

  • L’ascolto deve essere il più possibile accogliente.
  • Ogni tanto è necessario provare a riassumere quello che l’altro dice: “ Ti ho capito bene?” “ Hai detto che…..”
  • Stare nel qui ed ora, in ciò che l’altro mi comunica in quel preciso momento.
  • Lasciar passare i pensieri che interferiscono per concentrarmi su ciò che l’altro mi sta comunicando.
  • Prepararsi all’incontro svuotandosi da pensieri, sentimenti, giudizi; non avere schemi mentali, evitare la squalifica.
  • Far passare all’altro che mi interessa più la sua persona che quello che dirà.
  • Fare domande aperte che aiutano la comprensione “ Mi puoi fare un esempio?” “Cosa provi?” “ Cosa significa per te?”.
  • Ringraziare alla fine dell’incontro.
  • Dare un feedback sul sentimento che l’altro ci ha suscitato: fare cioè un atto di reciprocità, rivelando come io mi sento, come mi fa sentire la persona.

Regole del parlare:

  • Parlare sempre in prima persona : “ Se mi ricordo bene” “ Da quanto ho capito” “ Mi sembra”.
  • Riportare situazioni e comportamenti concreti senza generalizzare. Evitare le parole : sempre….tipico…..mai…..tocca sempre tutto a me…sei sempre così.
  • Evitare interpretazioni o classificazioni es. “ Sei come tua madre”.
  • Attenersi al tema senza divagazioni.
  • Aprirsi (su quello che sento).

Errori da evitare.

  • Chiedere perché. Es. Perché non hai portato a termine il compito? Meglio: Cosa ti ha impedito di portare a termine il compito?
  • Non fare domande che rispondono alla nostra curiosità o a nostri bisogni personali piuttosto che ai fini del colloquio. Rispettare il nucleo interiore della persona dove c’è il suo rapporto con Dio.
  • Evitare domande troppo invadenti o su argomenti che la persona non è ancora pronta ad affrontare ( attenzione però, che non sia una nostra paura).
  • Fissare una scaletta dell’incontro.
  • Esplicitare le regole della riservatezza e della privacy.

Ricordare, infine, che tutti noi siamo rigidi psicologicamente e mentalmente, che abbiamo del narcisismo e che spesso assolutizziamo il nostro pensiero. Occorre dilatare l’anima e ricordare che ogni relazione può essere arricchente e generativa di nuove opportunità.

Il 2020 sta finendo

Il 2020 sta finendo e su una cosa siamo tutti d’accordo: ricorderemo quest’anno come l’anno del Covid-19, dell’emergenza Corona-virus. Numerosi studi hanno evidenziato come per la maggior parte della popolazione la pandemia, il lockdown, l’isolamento sociale abbiamo prodotto gravi conseguenze, non solo sulla nostra salute fisica, ma anche su quella psichica. I primi mesi, da marzo a giugno, sono stati segnati dallo slogan “Andrà tutto bene” comparso su molti balconi, sui social, sulle vetrine dei negozi chiusi come simbolo di speranza. Purtroppo, quella che si presentava come una crisi di breve durata è ancora in corso e ci costringe a fare i conti con la realtà giorno dopo giorno senza sapere con certezza quando ne usciremo. Il titolo di un articolo di agi.it sostiene chiaramente “l’epidemia ha sulla nostra psiche gli stessi effetti di una guerra”.

È inevitabile: lo stato di insicurezza in cui ci troviamo ci rende più esposti a una serie di problemi di natura relazionale, lavorativa, economica, abitativa, educativa e, non per ultima, psichica. Aristotele dichiarava che l’uomo è un animale sociale, che tra i suoi istinti primari vi fosse quello di aggregarsi in società. Se ci avessero detto qualche anno fa “è vietato assembrarsi” ci sarebbe sembrata quasi una barzelletta e invece ora è una regola base con cui dobbiamo convivere ogni momento delle nostre giornate. È difficile riconoscerlo ma è giusto esserne consapevoli. I nostri punti di riferimento vacillano e rischiamo di rinchiuderci in uno stato di solitudine. Uno studio britannico pubblicato sul The Lancet Psychiatry ha messo il luce come i più colpiti dalle difficoltà sociali legate al virus sono i giovani e le donne. In Italia, gli specialisti concordano sul fatto che ci sia poca attenzione sulla salute mentale della popolazione e la difficoltà di accesso ai Servizi di supporto (spesso privati e molto costosi).

È importante in momenti di crisi ricercare aiuto, ascolto e sostegno ed è questo che Sintonia si propone di fare. Siamo un Servizio gestito da volontari che vuole essere vicino al cittadino e facilmente accessibile. Siamo al momento chiusi per le vacanze di Natale ma già dal 7 gennaio saremo nuovamente attivi.

Chiamaci o mandaci un email se vuoi ricevere informazioni o fissare un primo appuntamento gratuito.

Donne in cammino

L’ultimo progetto di Sintonia è intitolato “Donne in cammino”. Il percorso coinvolge una decina di donne che, per il momento, si incontreranno settimanalmente attraverso una piattaforma di video-chiamata. Il progetto è guidato dalla psicoterapeuta Raffaella Ortensia Pavan, membra dell’associazione, che ha previsto l’utilizzo del Metodo Berniano per sviluppare, incontro dopo incontro, una terapia individuale all’interno di un contesto di gruppo.

Donne in cammino è un nome, un’immagine, un’idea che da sola trasmette già tanti valori. È caratteristica intrinseca del soggetto femminile essere in continua evoluzione, in continuo divenire. Noi donne camminiamo nella vita attraverso le relazioni, gli affetti, le decisioni e per questo siamo artefici del nostro presente e del nostro destino. Siamo in continuo mutamento: oggi siamo in modo e domani potremmo essere in un altro. Decidiamo noi chi siamo e come siamo. Non siamo mai soddisfatte perché vorremmo che i desideri più profondi combaciassero con la realtà. Dobbiamo imparare a volerci bene prima di richiedere e dare amore agli altri. Siamo complesse nella nostra semplicità, siamo forti nella nostra fragilità. Questo significa essere “in cammino”.

 

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Dalla violenza alla valorizzazione di genere

“Dalla violenza alla valorizzazione di genere”: è questo il titolo del Convegno che si è svolto nella mattinata di giovedì 19 novembre promosso dalla Fondazione Ferrioli Bo, l’ULSS4 del Veneto Orientale, l’Università di Padova e l’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto. Patrocinato dalla Regione Veneto e dalla Città di Jesolo ha condiviso interventi di varie professionalità, dal medico legale all’avvocato, dal professore universitario all’assistente sociale. Già il titolo ci fornisce una chiave di lettura riguardo il tema affrontato: la violenza di genere e il suo fronteggiamento. Gli argomenti trattati sono stati molteplici ma i filo conduttore dei vari interventi è riassumibile i alcuni punti. 

Innanzitutto è stata espressa l’importanza della conoscenza approfondita delle novità legislative che sfociano nella Legge italiana con l’aderenza alla Convenzione di Istambul nel 2011 (L.139/2013). In primis, abbiamo accolto nel nostro ordinamento la nuova definizione di violenza contro le donne come concetto comprendente ogni violazione discriminatoria dei diritti umani delle donne: una violazione che può essere di natura fisica, nonché psicologica e emotiva, ma anche economica, educativa e di discriminazione nell’accesso al lavoro. A ciò si aggiunge la nuova visione della violenza domestica come configurazione di una violenza perpetrata all’interno di un vincolo affettivo che non si minimizza a quello interno alle mura domestiche e che non ha connotati di genere. Tale rivoluzione concettuale ci accompagna a prendere coscienza che la violenza di genere non è sola conseguenza di una relazione mal-funzionante tra donna e uomo, tra padre e figlia, ma che è effetto di una comunità che deve essere, al più presto, educata e formata alla promozione della Salute pubblica. La violenza sulle donne (e qualsiasi tipo di violenza) è un problema di Salute pubblica. È per questo che a fianco dei Servizi socio-sanitari di cura e assistenza devono essere fatti investimenti su Servizi generativi che producono competenze sulla Salute della comunità. L’Architettura dei Servizi a cui dobbiamo tendere è quella della collaborazione, della flessibilità e del lavoro di squadra. È necessario basare l’operatività dei professionisti su una valutazione dialogica pianificando e valutando l’efficacia di interventi di cambiamento, promuovendo la coesione sociale e la responsabilità comunitaria. Le interazioni vanno valorizzate e utilizzate come risorse per generare competenze. Cosa significa tutto questo nei confronti della violenza di genere? La promozione della Salute Pubblica si traduce in pratiche professionali che inneschino un percorso virtuoso per migliorare la cultura della comunità. Serve giocare d’anticipo con dei progetti di prevenzione che siano rivolti a tutta la cittadinanza. Anche se è difficile, bisogna uscire dalla visione “scatologica” che contrappone la tutela delle vittime ai percorsi penali o di riabilitazione degli aggressori. È importante che i Servizi imparino a assistere entrambe le facce della violenza di genere. L’autore della violenza deve essere rieducato all’affettività come la vittima deve essere tutelata, protetta ma anche rieducata a non “sentirsi un’eterna vittima”. Tutto ciò ha lo scopo di spezzare il circolo vizioso che, spesso, si va a creare quando i Servizi seguono solamente le vittime tralasciando il contesto di cui sono conseguenza e cui bisogna prestare attenzione per raggiungere una concreta soluzione. Per creare nuovi spazi dove la donna possa tornare a sentirsi al sicuro non si può lavorare solo con lei. In conclusione, bisogna passare dalla violenza di genere alla valorizzazione dell’unico ruolo che riguarda tutti: quello del cittadino. Un cittadino informato, consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri e, soprattutto, responsabile.

 

 

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